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PERMESSO SOGGIORNO CASI SPECIALI

DECRETO TRIBUNALE BOLOGNA SEZ. SPECIALIZZATA MATERIA IMMIGRAZIONE
DECRETO DEL 15 GENNAIO 2020 DI CONCESSIONE DEL PERMESSO PER CASI SPECIALI
decreto 3 febbraio 2020 8 (2).pdf
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DECRETO TRIBUNALE BOLOGNA DEL 3 FEBBRAIO 2020

 

"Prima di proseguire oltre nell’indicazione delle ragioni per cui il Collegio è giunto a questa conclusione, occorre precisare che l’esame della domanda di protezione umanitaria richiede una breve premessa in seguito all’entrata in vigore, il 5 ottobre scorso, del DL 113/2018 (conv. in L. 132/2018) che ha abrogato l’art. 5 comma 6 D.lgs 286/98 98 nella parte in cui consentiva il rilascio del permesso di soggiorno qualora sussistessero “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti dagli obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano”.

Nel citato decreto non si rinviene alcuna deroga (né esplicita né implicita) alla previsione di cui all’art. 11 delle preleggi del c.c. che, come noto, contiene il principio generale secondo il quale la legge non dispone che per l'avvenire e non ha effetto retroattivo.

Tale dato – unitamente alla consistenza di diritto soggettivo della posizione giuridica dello straniero che chieda la protezione umanitaria (cfr. Cass. SU sentenza 19393/2009) ed alla natura dichiarativa del provvedimento (cfr. Cass. SU sentenza 907/99) che, appunto, accerta la condizione che preesiste al suo riconoscimento – porta a ritenere l’applicabilità al caso in esame, in cui la richiesta di accertamento del diritto è precedente all’entrata in vigore del citato decreto, della preesistente disciplina sostanziale che consentiva il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari (il legislatore ha infatti ritenuto di prevedere una normativa transitoria soltanto per la fase amministrativa con il rilascio di un permesso di soggiorno per “casi speciali” all’art. 1, comma 9, DL 113/18).

Questo orientamento ha ricevuto avallo dalla Suprema Corte, la quale, nella sentenza N. 4890/2019, ha chiarito che “la normativa introdotta con il d. l. n. 113 del 2018, convertito nella l. n. 132 del 2018, nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina del permesso di soggiorno per motivi umanitari dettata dall’art. 5, c.6, del d.lgs. n. 286 del 1998 e dalle altre disposizioni consequenziali, sostituendola con la previsione di casi speciali di permessi di soggiorno, non trova applicazione in relazione alle domande di riconoscimento di un permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore (5/10/2018) della nuova legge, le quali saranno pertanto scrutinate sulla base della normativa esistente al momento della loro presentazione”.

Il principio è ora stato ribadito autorevolmente dalle recenti sentenze della Corte di Cassazione a Sezioni Unite n.29459/2019 e 29460/2019 depositate il 13.11.2019. Le sentenze, aderendo all'orientamento maggioritario della giurisprudenza di legittimità, hanno ribadito che il d.l. 113/2018 non ha portata retroattiva, in applicazione del principio generale per il quale la legge dispone per l'avvenire, sancito dall'art.11 delle preleggi ed hanno affermato che “ l'applicabilità ai giudizi già in corso del d.l. n.113/18 implicherebbe, quindi, ed ineludibilmente, la retroattività in parte qua del decreto”.

Si legge nella motivazione, in contrapposizione alla tesi sostenuta nell'ordinanza di rimessione, secondo la quale la protezione umanitaria è una fattispecie a formazione progressiva, che il procedimento “ non incide affatto sull'insorgenza del diritto, che, se sussistente, è pieno e perfetto e nelle forme del procedimento è solo accertato; se insussistente esso non potrà nascere per effetto dello svolgimento del procedimento”.

Ed ancora “ il diritto sorge quando si verifica la situazione di vulnerabilità quale sussumibile nella fattispecie allora vigente ed irrilevante è che esso non comporti il riconoscimento di uno status, ma una protezione temporanea”.

Le Sezioni Unite confermano la natura di accertamento della decisione sul riconoscimento del diritto.

Vi si legge ancora “ al momento della decisione devono sussistere i presupposti di fatto per l'accoglimento della domanda, ossia deve risultare la fondatezza di essa; ma, in virtù dell'irretroattività della novella, è salvaguardato il diritto che la rilevanza giuridica di tali fatti risponda alle norme previgenti”.

La Suprema Corte, nell’autorevole decisione, ribadisce anche che la situazione giuridica soggettiva dello straniero nei cui confronti ricorrano i presupposti per il riconoscimento della protezione ha, infatti, “natura di diritto soggettivo, da annoverarsi tra i diritti umani fondamentali garantiti dagli art.2 Cost e 3 della convenzione europea dei diritti dell'uomo.

Essa non è pertanto degradabile a interesse legittimo per effetto di valutazioni discrezionali affidate al potere amministrativo, in seno al procedimento” .

Le Sezioni Unite ricordano che il principio è stato affermato già da altre sentenze, fra le quali, tra le più recenti, si ricordano “Cass.sez.un., 29 gennaio 2019 n.2441; 19 dicembre 2018 nn 32778,32777,32776,32775,32774, 28 novembre 2018 n30758, 30757; 27 novembre 2018 n. 30658”. 

Ne deriva che, nel caso di specie, in cui la domanda di protezione è stata proposta prima dell’entrata in vigore del d.l. 113/18, si può e si deve procedere all’esame della sussistenza dei gravi motivi umanitari che consentivano il rilascio del relativo permesso di soggiorno. La protezione umanitaria si considera quale forma di tutela a carattere residuale che chiude il sistema della protezione internazionale.

Come noto, i “seri motivi” di carattere umanitario oppure risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato Italiano non costituiscono un numero chiuso ed hanno in comune il fine di tutelare situazioni di vulnerabilità attuali o accertate, secondo un giudizio prognostico, derivanti dal rimpatrio del soggetto, in presenza di un’esigenza umanitaria ovvero relativa a diritti umani fondamentali tutelati dalla Costituzione e a livello internazionale.

Ai fini del riconoscimento di tale forma di protezione è, pertanto, necessaria la configurabilità di una condizione di vulnerabilità effettiva o comunque di violazioni sistematiche e gravi dei diritti umani, caratterizzanti il Paese di origine ma direttamente riferibili alle condizioni ed alla vicenda personale del richiedente (“perché altrimenti si finirebbe per prendere in considerazione non già la situazione particolare del singolo soggetto, ma piuttosto quella del suo Paese d’origine in termini del tutto generali ed astratti in contrasto con il parametro normativo” di cui all’art. 5, comma 6, D.L.vo 286/98: cfr. citata Cass. 4455/2018).

In particolare, ai fini del riconoscimento di tale forma di protezione, è necessaria la sussistenza dei seri motivi di cui all’art. 5, comma 6, D.lgs. 286/98, individuabili in situazioni serie di vulnerabilità, con la precisazione che, secondo il condivisibile orientamento della Corte di Cassazione, le situazioni di vulnerabilità che possono dar luogo alla protezione umanitaria costituiscono un catalogo aperto, non necessariamente fondato sul fumus persecutionis o sul pericolo di danno grave per la vita e l’incolumità fisica che sono quelle tipiche invece della protezione sussidiaria (cfr. Cass. 26566/13; cfr. altresì di recente Cass. 4455/2018).

Nella concreta fattispecie, si reputa che sussistano elementi di fragilità che sconsigliano il rimpatrio della ricorrente.

In primo luogo, quanto alla situazione del Paese di provenienza si osserva che, nonostante i cambiamenti in atto, ancora permane una sostanziale situazione di discriminazione nei confronti delle donne quando non di sfruttamento.

E’ pur vero che la legislazione marocchina dedica sempre maggiore attenzione alla posizione della donna ed al problema delle violenze domestiche, ma risulta ancora arretrata rispetto agli standards internazionali e comunque di applicazione a tutt’oggi inefficace.

Una legge per combattere la violenza sulle donne è stata introdotta a Settembre scorso.

Essa introduce nuovi reati, inasprisce le pene per le situazioni di violenza domestica, propone nuove misure per proteggere quante sono rimaste vittima di violenza domestica durante e dopo i procedimenti giudiziari e crea nuove strutture per rafforzare la tutela contro la violenza sulle donne.

Tuttavia anche le nuove riforme non pervengono a fornire una definizione di violenza domestica in linea con i livelli internazionali di tutela di queste situazioni, né a definire la nozione di violenza all’interno delle mura domestiche.

Non affronta in concreto il problema degli ostacoli nell’accesso alla giustizia ed ai servizi di sostegno per le donne che sono sopravvissute alla violenza domestica.

(AI – Amnesty International: Human rights in the Middle East and North Africa: Review of 2018 - Morocco/Western Sahara [MDE 29/9891/2019], 26 February 2019: in https://www.ecoi.net/en/file/local/2003693/MDE2998912019ENGLISH.pdf:).

E ciò proprio per la mancanza di una tutela specifica nei confronti delle discriminazioni di genere e verso i soggetti deboli.

Ed infatti in sede processuale vengono applicate, in relazione alla violenza sulle donne, norme generali del codice penale.

Ancora, le forme di violenza di genere di minore lesività raramente esitano nella punizione dei responsabili.

Si aggiunga che la polizia si attiva in ritardo e procede lentamente nelle indagini per i casi di violenza domestica; il governo in genere non assicura l’applicazione della leggi in questa materia, talora rispedendo le donne nelle stesse case dove sono state abusate.

La polizia in genere tratta la violenza domestica più come una questione di rilevanza sociale che fatto rilevante alla stregua del diritto penale. (USDOS – US Department of State: Country Report on Human Rights Practices 2018 - Morocco, 13 March 2019, https://www.ecoi.net/en/document/2004244.html).

Per le donne che in Marocco scelgono di far valere il loro diritto ad una tutela giudiziaria per fatti di violenza sessuale e comunque per manifestazioni di violenza di genere, l’ottenimento di giustizia risulta, quindi, ancora arduo. Tanto avviene a causa del combinato operare di molteplici fattori: leggi, pratiche e procedure discriminatorie; un sistema giudiziario spesso condizionato da preconcetti nei confronti del genere femminile; retaggi culturali di una società patriarcale che vuole la donna in una condizione di sottomissione; limitate opportunità per le donne di accedere alla giustizia. (International Commission of Jurists: Obstacles to Women’s and Girls’ Access to Justice for Gender-based Violence in Morocco, June 2019 -https://www.icj.org/wp- content/uploads/2019/06/Morocco-Obstacles-GBV-Publications-Reports-Thematic-report-2019- ENG.pdf).

In secondo luogo la ricorrente è nubile: non gode, quindi della protezione di una figura maschile, che ancora oggi viene reputata un requisito importante per godere del rispetto e dell’accettazione sociale nella società marocchina.

Ancora, la ricorrente è anche priva di supporto familiare. Ella ha dichiarato in udienza che la madre da anni vive in Arabia Saudita e che i rapporti con il padre violento e disinteressato sono ormai assenti, se non per lei pericolosi.

Si aggiunga, poi, il dato della mancanza di una specifica formazione professionale, carenza che renderebbe particolarmente arduo per la ricorrente il reperimento di una sistemazione lavorativa, anche in considerazione della mancanza di legami sociali, che le possano facilitare l’inserimento.

Ancora, rientrando in patria, in assenza di legami familiari e, quindi, di una casa di famiglia, la ricorrente avrebbe verosimilmente anche difficoltà a reperire un alloggio.

Quanto alla situazione del ricorrente nel nostro Paese, è prodotto in copia un contratto stipulato in data XXXX con la cooperativa XXXX a tempo indeterminato quale impiegata in una azienda di facchinaggio.

L’audizione, inoltre, è avvenuta in lingua italiana Questi elementi comprovano lo sforzo della ricorrente per integrarsi nel nostro Paese.

Il bilanciamento tra la situazione attuale, nella quale la ricorrente sta percorrendo un difficile ma ormai avviato processo di integrazione e quella di provenienza, nella quale la ricorrente si troverebbe ad avere grandi difficoltà nel reperimento di quanto necessario per vivere e sarebbe così costretta a subire forti limitazioni nel godimento dei diritti fondamentali, induce alla concludere per l’accoglimento della domanda di protezione umanitaria."

 

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